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USA on the road 4 – Big Country, Big Gun!

Lasciata a malincuore New Orleans, proseguiamo l’esplorazione della Louisiana con una visita alle paludi, o Bayou, come li chiamano da queste parti. Nel Jean lafitte National Park abbiamo percorso circa 6 km di sentieri che si addentrano nelle swamp, dove alberi ad alto fusto come querce e cipressi emergono dall’acqua bassa, e poi nel marsh, più simile ad una prateria allagata che ad una foresta. Le swamp sono un ambiente magnifico ed inaspettato. Libellule e ragni enormi e variopinti fanno capolino tra la vegetazione, senza mai risultare troppo fastidiosi. L’acqua brulica di vita e di suoni mentre da un momento all’altro potreste individuare un alligatore immobile con la testa che sbuca in superficie. Il caldo è sopportabile grazie soprattutto all’ombra degli alberi e le passerelle in legno consentono di esplorare appieno l’ambiente umido in totale autonomia. Terribilmente suggestivi infine sono i rami degli alberi da cui pendono dei muschi lanosi che arrivano quasi a toccare l’acqua.

I bayou sono un ambiente surreale, perfettamente proporzionato da risultare quasi elegante. In questo ordine naturale la moltitudine di insetti sembra inspiegabilmente disinteressarsi al visitatore. Per me abituato agli italici calabroni impazziti che scelgono sistematicamente di andare a sbattere contro gli esseri umani è una piacevolissima sorpresa. L’intera esperienza porta a far apprezzare le paludi anche a chi solitamente non ama gli ambienti umidi, tanto da poter dire che la visita al bayou è stata certamente la scoperta più inaspettata del nostro viaggio in america.

Dopo esserci affacciati sulle sponde del fiume Mississipi, atto doveroso ma incredibilmente privo di interesse paesaggistico, muoviamo alla volta dell’ultima attrattiva della Louisiana, rappresentata dalle piantagioni di tabacco. Qui gli schiavi lavoravano la terra per i grandi latifondisti bianchi che vivevano in ville lussuose caratterizzate dal tipico porticato bianco sorretto da colonne. Gli schiavi oggi fortunatamente non ci sono più, le piantagioni sono state per lo più abbandonate ma le ville sono rimaste in piedi. Non potevamo farci sfuggire un’occasione del genere ed abbiamo deciso di trascorrere una notte in un’antica ed elegante dimora di campagna, circondata da querce e prati inglesi. I padroni di casa sono Jim e Christie, una simpatica coppia californiana che ha acquistato l’elegante proprietà ottocentesca e saltuariamente ospita i turisti in cerca di sapori particolari. Ci hanno offerto il thè e ci hanno mostrato il loro “pub”, un baraccone lungo una ventina di metri che mi sembra di capire si siano praticamente portati appresso dalla California. Jim ci spiega infatti che in america, e specialmente qui al sud, è possibile trasportare anche le case. La cosa non ci stupisce più di tanto perché lungo il tragitto abbiamo già avuto modo di vedere i camion che trascinano i prefabbricati in autostrada. Ci hanno poi raccontato molto del “loro” sud e della vita in Louisiana, sebbene il loro punto di vista fosse chiaramente più vicino al nostro rispetto alle idee ed alla cultura locale. L’intera zona è abitata dai Cajùn, i discendenti dei canadesi francofoni che furono cacciati dall’Acadia nella seconda metà del 1700. I cajùn, sbarcati nel delta del Mississipi ancora tutto da esplorare, impararono dagli indiani nativi le tecniche di caccia e sopravvivenza nelle paludi, stabilendosi nella zona vicina all’odierna città di Lafayette. L’influenza della cultura francese è ancora forte e percepibile, ma ci spiegano che la lingua, ormai parlata solo dalle vecchie generazioni, sembra destinata ad estinguersi.

Jim fa l’insegnante e fortunatamente parla con me come se fossi uno dei suoi alunni. Il suo inglese pulito e la calorosa accoglienza che ci riservano fanno viaggiare la conversazione e ne approfitto per lanciare la mia provocazione sulla passione degli americani per le armi da fuoco. Con riferimento alla scarsa sicurezza che offrono in genere porte e finestre delle case americane, gli chiedo come mai preferiscono spendere i soldi per comprarsi un fucile da tenere nell’armadio invece di costruire una porta più solida, che non vada giù con un calcio per intenderci. Jim la pensa come noi europei in proposito e si lancia in una filippica piuttosto critica sull’insana passione dei suoi concittadini per i fucili concludendo con un motto che riassume egregiamente il pensiero tipico dell’americano medio sull’argomento: “Big country, big gun!”
Siamo un grande paese, abbiamo bisogno di un grande fucile. Tutto si può dire degli americani tranne che non siano coerenti. Big country, big gun spiega decisamente tutto, dalla guerra preventiva in Iraq alle stragi nelle scuole ad opera degli squilibrati. Sebbene mi sarebbe piaciuto avere un punto di vista un po’ più “southern” sull’argomento, l’incontro con Jim e Christie è stato veramente piacevole.

Prima di congedarci ci concediamo una cena in un ristorante Cajun dove ordiniamo il “Gran Plateau di pesce”. Oltre agli immancabili gamberetti e polpa di granchio, assaggiamo anche l’alligatore, la rana ed il pesce gatto. Il pesce gatto è l’ennesima forma che riesce ad assumere merluzzo pur mantenendo sempre lo stesso sapore. L’alligatore è affogato in una sorta di polpetta dal vago sapore di pesce mentre la rana è tenera e gradevole, ricorda molto il coniglio. Forse dire che era tutto “buono” è un po’ eccessivo, ma siamo usciti soddisfatti e contenti, per una volta, di non aver mangiato il fritto.
Con la pancia piena diamo un’ultima occhiata alla notte limpida del sud ed andiamo a dormire pensando alla grande sfida automobilistica che ci attende l’indomani: attraversare il Texas percorrendo le 750 miglia che ci separano da Amarillo, sulla Route 66.

USA on the Road, capitoli precedenti:

Viaggiatore da una vita. Ho piantato la tenda sull'aspra brughiera delle Orcadi e sorseggiato mojhito sulla sabbia bianca di Bora Bora. Ho visitato il cuore rovente dell'Islanda ed attraversato gli USA da un oceano all'altro. Ho conosciuto un filosofo cubano di nome Aristoteles, e visto i Sami giocare a calcio alle tre del mattino in un'area di servizio oltre il circolo polare artico. Ho cotto gli spaghetti nel Tiergarten di berlino ed ero a Times Square la notte che Trump ha sconfitto l'america. Mi muovo a piedi in bicicletta, in treno e in automobile: ad ogni viaggio il suo mezzo. Ma meglio se leggero. Sono fermamente convinto che l'Italia sia il paese turisticamente più importante del mondo, se vissuto fuori stagione. Tuttavia amo trascorrere l'estate al fresco nel Grande Nord. Cicloturista enogastronomico dell'era Decathlon, mi considero più un cacciatore di paesaggi che un Trekker vero e proprio. Ho comunque al mio attivo un 4000 e numerose cime minori. Ho viaggiato con tre, cinque, dieci amici, alcuni dei quali scrivono in questo blog. Oggi viaggio con mia moglie che scatta fotografie e traccia la rotta col GPS, ma non rinuncio mai alla sensazione del dito che scorre su una carta geografica. Mio figlio a 6 mesi ha già raggiunto quota 2.400 e calcato alcune delle spiagge più belle del mediterraneo. Sta buono solo in viaggio. Credo che farà grandi cose.

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