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La Città più a Nord del Mondo

Un paio di anni fa ho visitato la città più a sud, Ushuaia in Argentina. Ho sempre giocato con la carta geografica e in questo passatempo infantile con lei, quest’anno ho deciso di spingermi all’estremo opposto, alla ricerca del villaggio stabilmente abitato più a nord del mondo. Pianificando il viaggio, i miei sei compagni provavano un misto di timore ed eccitazione nei confronti di questa meta. “Cosa ci sarà da vedere? Non farà troppo freddo? Che ci andiamo a fare?”

Siamo atterrati alla fine di Aprile nell’unico minuscolo aeroporto di questo territorio di circa 60.000 km2, con temperature che fluttuano fra i cinque gradi estivi e i meno quaranta invernali.

A non più di cinque km dalla pista di atterraggio, il minuscolo insediamento sorge in una vallata racchiusa tra due montagne, scavate dai ghiacci nel corso dei millenni. La nostra guesthouse, un ex alloggio per minatori, è quella che sorge in fondo alla cittadina, dove la strada asfaltata finisce.  

Qui di strade ce ne sono poche centinaia di metri; sono talmente scarse che è sufficiente associarvi non un nome, ma un numero. Si diramano dall’aeroporto, passando per l’insediamento civile, fino ai giganteschi Radar Eiscat, mostri di metallo di 30 mt di diametro, che dall’alto delle montagne silenziose, studiano la ionosfera.

Il primo dei nostri quattro giorni qui abbiamo preso parte ad una spedizione in moto slitta verso ovest. Il percorso di 150 km tra i ghiacci, rivela un territorio totalmente inviolato: infinite vallate raccolte tra alti picchi ricoperti di neve al punto da non scoprire neanche un briciolo di roccia scura. Centinaia di ettari di terra selvaggia, dove le uniche variazioni nel panorama sono qualche minuscolo rifugio in legno che compare di tanto in tanto, una motoslitta guasta abbandonata sul tragitto e docili renne artiche che cercano cibo sotto il manto nevoso.

Di tanto in tanto il nostro gruppo si ferma nel mezzo di questo deserto artico e quando le moto si spengono, c’è solo il tenue bisbigliare ad infrangere il silenzio.

Le guide ci indicano orizzonti lontani e liberi, sormontati da smisurati costoni ghiacciati. Siamo una decina di solitari puntini neri in un universo bianco.

Sotto un cielo a volte ricoperto di nubi minacciose, a volte soleggiato, abbiamo raggiunto una delle ultime miniere russe ancora attive.

Ogni piccolo, isolato insediamento esistente in questo arcipelago è singolarmente autosufficiente: non ci sono solo alloggi o piccoli market per rifocillarsi. Ci sono palazzetti dello sport, minuscoli cinema, scuole. Dove risiediamo noi, persino un centro universitario.

Timo, un giovane finlandese, una delle nostre guide, mi racconta che una volta a settimana i ragazzi della “città” norvegese vengono qui alla miniera per affrontare, in una partita di calcetto, i minatori russi. La settimana successiva, sono questi ultimi ad intraprendere una traversata delle valli innevate sulle proprie motoslitte per andare ad affrontare la squadra cittadina in una specie di minuscolo campionato a due, al chiuso, che dura tutto l’anno.

L’altra guida del gruppo è una giovane ragazza norvegese originaria di qui: Stephanie. È nata sulla terraferma in realtà, perché le isole dove ci troviamo non sono dotate di un ospedale in grado di garantire un parto in sicurezza. A dire la verità, non si può nemmeno essere seppelliti una volta giunta la propria ora, motivo per cui, quando si muore, la propria salma viene obbligatoriamente riportata sul continente. Non a caso si è soliti dire che è illegale nascere o morire qui.

Al lato delle loro motoslitte ci sono dei grossi fucili. È obbligatorio muoversi dotati di armi qui perché c’è il rischio di incontrare l’orso polare, il predatore più grande e più affascinante del pianeta.

Domando alla mia guida se le sia mai capitato di dover imbracciare quel fucile. Mi risponde che le è successo solo una volta, quando una madre con due cuccioli, incrociando una spedizione, si è sentita minacciata ed ha affrontato la schiera di moto slitte in modo ostinato. La fortuna ha fatto si che fosse sufficiente il rombo dei motori a far scappare l’animale.

Per quella volta almeno.

Il secondo giorno un pulmino ci raccoglie sul piazzale di fronte all’ostello, sotto il profilo dei monti che ha fatto da sfondo ad ogni nostro risveglio. Dal porto del villaggio salpiamo con un vecchio peschereccio.

Stiamo navigando verso un altro insediamento russo abbandonato nel 1998, una città fantasma, una perla dell’era sovietica che oggi conta solo un paio di custodi. Quando il mare lo consente, questi beduini del deserto di ghiaccio, accolgono i visitatori con il colbacco in testa.

Noi non siamo così fortunati: fa ancora troppo freddo, il fiordo su cui navighiamo è ricoperto da una mastodontica lastra di ghiaccio di centinaia di km quadrati. Siamo bloccati a circa quattro chilometri dal villaggio.

Dove il mare si interrompe, comincia il ghiaccio; dove il ghiaccio finisce, ricomincia il mare.

La superficie blu opaco all’improvviso incontra quella bianca in una netta linea di confine.

Tra qualche settimana la pianeggiante lastra si scioglierà tutta, fino a rivelare il fiordo nella sua forma originale.

La nostra guida scende dall’imbarcazione saltando sul ghiaccio spesso. Fucile in spalla e accetta in mano, controlla che sia abbastanza solida da sostenerci prima di farci scendere a “terra”. Dopo qualche istante ci fa cenno positivo e mentre a chilometri di distanza una solitaria carovana di motoslitte viaggia verso la città abbandonata attraverso il deserto ghiacciato, raccoglie un pezzo del terreno e lo porta alla mia bocca sorridendo: “Hai mai assaggiato del ghiaccio di mare?”

La nave fa dietro front e ricominciamo a salpare verso casa, costeggiando il fiordo, osservando un paio di pigri trichechi che prendono il sole sulle lastre di ghiaccio alla deriva, scrutando le orme gigantesche di un orso polare che ha calpestato queste coste qualche settimana fa, rifugiandoci al caldo all’interno della barca e uscendo sul ponte ad ammirare gli alti monti per non più di qualche minuto alla volta a causa del freddo che congela le mani, nonostante i diversi strati di guanti che indossiamo.

Fabio è l’unico che riesce a trattenersi sempre un po’ di più, a scattare centinaia di foto. È talmente eccitato di essere qui, vorrebbe esplorare ogni centimetro di queste terre.

Di tanto in tanto la barca si schianta contro qualche lastra che intralcia il passaggio, facendo vacillare tutto ciò che c’è a bordo. Altre volte comincia a scavare un passaggio attraverso il manto di ghiaccio meno spesso, tagliandolo come un coltello che affetta una torta. Quel suono è l’unico rumore che si diffonde dalla prua della nave.

Rientrati in ostello, chiamiamo un taxi per farci accompagnare al Global Seed Vault. La tassista è piuttosto eccitata all’idea; vive qui da solo qualche giorno, nemmeno lei c’è mai stata. Si è trasferita quassù per raggiungere il partner che fa il meccanico di motoslitte. Sono entrambi originari di Oslo e quando le chiedo cosa ne pensa di essere venuta a vivere quassù mi risponde rammaricata che per quanto faccia freddo anche nella capitale norvegese, almeno lì d’inverno non si scende fino a meno quaranta.

Arriviamo al Global Seed Vault dopo pochi minuti di tragitto. Si tratta di un bunker sul lato di una montagna che contiene tutti le sementi di ogni pianta del mondo. Laddove una di queste si estingua, qui le condizioni di freddo consentono di conservarne intatti i semi per poterla ripiantare un giorno da qualche parte.

È un’altra delle decine di cose bizzarre di qui, come il fatto che non si possano usare ombrelli, che non si possano possedere gatti o che vi si tenga il festival di musica Jazz più a nord del pianeta: il Polar Jazz Fest.

Mentre ci riaccompagna in ostello, fuori dal finestrino, la nostra autista ci indica una piccola volpe artica; si rotola e gioca nella neve tutta sola. Ama stare nei pressi del Global Seed Vault perché qui le è facile cacciare.

Dopo cena, ci rinfiliamo guanti e scarponi per uscire verso il centro del villaggio. In questo periodo, c’è l’insolito fenomeno della luce perenne e del sole di mezzanotte. Se ti alzi alle tre del mattino per andare in bagno, non hai bisogno di accendere alcun interruttore…

Siamo soli sul ciglio della strada io, Francesco e Jacopo. Giorgia e Diletta hanno preferito non scendere in strada, si congela. Marco e Fabio invece sono crollati. È stata una giornata provante per il fisico.

Osserviamo la nostra stella scendere fin sopra il livello del mare in una specie di tramonto che in modo inconsueto si interrompe, fa come un balzo temporale in avanti, e ricomincia a salire in alto, verso un’alba inaspettata.

Qualcuno sembra aver rubato la notte.

Cerchiamo di restare più immobili possibile per rispettare un silenzio che raramente riascolteremo nella nostra vita. Silenzio e qualche passo sulla neve che scrocchia. Nient’altro nell’aria, solo un gran freddo.

Rientrando a fatica verso l’ostello, un auto solitaria incrocia la nostra difficile passeggiata: è la tassista che ci ha accompagnato poche ore prima al Global Seed Vault. Ci fa cenno di salire o ci congeleremo; Una gran botta di fortuna.

Arriva il nostro ultimo giorno qui; un’esuberante ragazza australiana ci viene a prendere con il furgone per trasferirci verso l’estremo opposto della strada asfaltata dell’isola, nella solitaria vallata sotto le antenne Eiscat. Qui c’è un piccolo rifugio isolato dove lei, Lara, e qualche altro addestratore di cani da slitta, si prende cura della sua squadra di husky. Con minuzia sceglie quali cani assegnare ad ognuna delle nostre slitte. Li conosce come fossero tutti suoi figlie e figlie: sa chi ha più esperienza e chi è più giovane, chi inserire a capo di un gruppo di traino e chi mettere in coda e infine chi affiancare a chi, dal momento che non tutti i suoi cani si sopportano a vicenda.

Mentre parla con i suoi cani, non posso non domandarle cosa spinga una ragazza australiana a trasferirsi per vivere in uno dei luoghi più remoti della Terra.

Lara sorride e mi rivela che ha solo scelto una vita lontana dal caos cittadino. “Se pensi che qui le cose siano così diverse, in fin dei conti ti sbagli. Anche io ho i miei ritmi, i miei orari, le mie attività ordinarie: faccio la spesa anche io, sai? Semplicemente non lavoro davanti a un pc, ma con una squadra di cani chiassosi; la mattina non prendo la metro per andare a lavoro, ma un pulmino che si può invischiare nella neve da un momento all’altro mentre salgo fino al rifugio”.

Dopo la nostra gita in slitta, Lara ci riaccompagna in aeroporto; stiamo per abbandonare questo freddo, inospitale arcipelago. Osservo per l’ultima volta, mentre porto giù le valigie, il profilo di quelle montagne all’orizzonte. Me lo vorrei tatuare sulla pelle. Sento che è presto per andarsene ed ho un po’ timore di dimenticarlo.

Stiamo tornando a Tromso, nelle Nordland continentali e da qui proseguiremo per le Lofoten. Dal finestrino dell’aereo, osservo per l’ultima volta questo frammento estremo di pianeta, mi rendo conto della sua magnificenza, dei suoi picchi che spuntano fuori dalle valli innevate come spine sul gambo liscio di una rosa. Qui c’è solo la Natura. Una Natura ostile, certo, ma il patto con lei è chiaro: sono una compagna inospitale, sembra dire, non ti offro tepore, né buona compagnia; non posso neanche prometterti di essere clemente con te: i miei territori e chi li abita, possono esserti fatali. Ma se poni un po’ di attenzione, ti prometto un Silenzio che non ascolterai mai più in nessun altro luogo, ti prometto Tempo solo per te, senza alcun ospite ingombrante. Ti prometto di conoscermi, di mettermi a nudo come in pochi altri luoghi potrai fare.

Qui c’è la Terra com’era prima dell’uomo.

Ricordo che pianificando il viaggio, i miei sei compagni provavano un misto di timore ed eccitazione nei confronti di questa meta. “Cosa ci sarà da vedere? Che ci andiamo a fare?”

 “Ma non farà troppo freddo?” ha continuato a domandarmi fino a prima di salire sul piccolo aereo ad elica Diletta.

Al nostro rientro verso Roma ho chiesto ad ognuno di loro quale fosse stata la tappa più emozionante di questo viaggio e nessuno ha esitato: quei quattro giorni a nord del mondo.

Qualche settimana più tardi, su una calda spiaggia del litorale romano, un amico gestore di un bar fronte mare mi ha domandato: “Ho visto le foto del tuo ultimo viaggio, ma toglimi una curiosità, che ci sei andato a fare in un posto del genere? Non fa troppo freddo? Sotto i 18 gradi celsius non la puoi considerare neanche vacanza!”

Ho sorriso e gli ho retto il gioco. È vero, fa molto freddo, non ci sono discoteche o ristoranti di classe, non ci sono attrazioni culturali che valga la pena visitare, né spiagge incantate. Lasciate perdere, non ci venite qui, fuori dalla piccola Longyearbyen, dove puoi muoverti solo con una motoslitta o con una slitta con i cani. Dove non ci sono strade e quelle poche che vi sono non hanno nome. Qui se esci dal villaggio devi essere necessariamente armato, per essere in grado di proteggerti dai predatori più letali che ci siano al mondo e che superano di gran lunga il numero di esseri umani residenti (3.000 orsi contro 2.000 umani). Qui non è concesso nascere e non è concesso morire. Qui la natura selvaggia è padrona indisturbata. Qui è un immenso deserto di montagne bianche ed infinite valli silenziose. Qui, quando è nuvoloso, ti trasformi in un puntino nero che non può distinguere il cielo dal manto nevoso.
Siamo in Islanda? No. 
In Alaska magari. Nemmeno.
Allora in Siberia? Quasi…
Qui siamo a 78 gradi nord di latitudine. Mille km dal polo. Nel centro abitato stabilmente più a nord del pianeta.
Benvenuti sull’isola di Spitsbergen. 
Arcipelago Norvegese delle Svalbard e Jan Mayen.

Nota dell’Autore: articolo precedentemente pubblicato per www.SonOfMarketing.Com

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