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USA on the road 3 – Il sound di New Orleans

Il Florida Panhandle o “manico di padella” è un sottile lembo di terra che dalla Florida peninsulare lambisce le coste del Golfo del Messico insinuandosi in uno spazio fisico e culturale storicamente “Southern”. Sono le terre degli stati confederati , oggi spesso roccaforti repubblicane dove fucili e bistecche sono più grandi, e la gente nel giardino di casa al posto dei pannelli solari ha i pozzi di petrolio. Anche il paesaggio cambia improvvisamente. Le piatte paludi lasciano il posto ad ampi boschi di pini ed il terreno si fa leggermente più ondulato. Continuano però a vedersi piante e palme tipicamente tropicali.

Eccitati all’idea di entrare nel profondo sud, pronti ad accettare qualsiasi cosa ci avrebbe offerto (in fondo temevamo di incontrare persino degli schiavi neri), guidiamo rapidi alla volta di Panama City nel Florida Panhandle.

Fortunatamente facciamo molta attenzione a rispettare i limiti per paura della polizia che è sempre pronta a sparare. Io in particolare sono terrorizzato dall’idea che mi puntino la pistola per essere sceso dall’auto durante un controllo. Mi ripeto ogni due ore “se ti fermano resta dentro la macchina e sfodera un bel -Good morning Ser-. Ma soprattutto NON SCENDERE, sennò pensano che li vuoi picchiare e tirano fuori la pistola. Sarà davvero cosi? E soprattutto, dato che non c’è il carabiniere panzone con la paletta che ti fa cenno a duecento metri di distanza, come faccio a capire che mi vogliono fermare? Accendono le sirene? E se le accendono perché mi vogliono superare, che faccio rallento? Mentre me lo ripeto mentalmente per l’ennesima volta ecco che sul raccordo di Thallassee un’auto della polizia appostata nell’erba tra le carreggiate autostradali sgomma e si inserisce nella corsia di sinistra accendendo le sirene ed attaccandosi alle chiappe di un’altra macchina che mi aveva appena superato. L’inseguimento dura un nonnulla, il disgraziato non fa in tempo a completare il sorpasso di un camion che è costretto ad accostare a sinistra della carreggiata. Una manovra di per se talmente pericolosa che la violazione del limite di velocità al confronto fa piangere dalle risate.

Ripeto caso mai non fosse chiaro: la polizia era appostata nell’erba. La polizia si è immessa nella corsia di sinistra sgommando. Cose che capita di vedere, quando si attraversano gli States da un oceano all’altro.

Se la Florida peninsulare è il parco giochi dell’America, Panama City è la Fregene del Sud.

Dal Texas e dal Mississipi una valanga di personaggi ignoranti e chiassosi arriva sulla costa del Golfo per bere birra, fare casino e guidare, per mare e per terra, qualche improbabile mezzo a motore. Forse venendo qui sognano i caraibi, ma la realtà è ben diversa. La spiaggia è apparentemente bianca. Lo vedi nelle foto e lo vedi dal vivo quando arrivi. Poi ti avvicini al mare speranzoso e noti con stupore che già sulla battigia cambia colore e diventa marrone, come l’acqua del resto. Proviamo a dare una spiegazione, la peggiore possibile ovviamente. Hanno fatto trecento miglia di spiaggia finta con la sabbia bianca ma il mare se la mangia di continuo e sputa fuori il colore reale che fa schifo.

Non so quale sia la verità ma il posto ha veramente un’aria triste. Sarebbe da saltare a piè pari se non fosse per una perla assolutamente imperdibile: nella baia adiacente alla città è pieno di delfini. Con una manciata di dollari ti portano a vederli e con un po’ di fortuna riesci anche a nuotare con loro!
Noi siamo stati mediamente fortunati. La gita volgeva al termine e pareva proprio si sarebbe conclusa con un nulla di fatto, quand’ecco comparire davanti a noi una flottiglia di moto d’acqua che sembrano inseguire qualcosa. Ci avviciniamo ed il comandante, assai esperto, ci dice esattamente quando buttarci in acqua. Dopo pochi istanti il delfino emerge davanti a noi e si lancia sotto la barca. Sarà passato a non più di due metri, abbiamo anche le riprese che lo testimoniano. E’ una bella emozione, forse un po’ breve ma intensa. Soprassediamo sul fatto che il delfino era braccato da 5 acquascooter e due motoscafi che lo inseguivano e gli tagliavano la strada continuamente. Abbiamo deciso che “tanto il delfino è più veloce e si può immergere allontanandosi quando vuole”, cosa che effettivamente alla fine ha fatto.

Bagno col delfino

La nostra esperienza sulla costa del golfo si è conclusa al Pineapple Willi’s un incantevole ed affollato locale di legno sulla spiaggia provvisto di molo e musica dal vivo. Il nome deriva dal cocktail della casa, un bibitone che ricorda la Pina Colada, leggero, dissetante e soprattutto molto abbondante. Per l’idea che mi sono fatto, il Pineapple Willi’s poteva tranquillamente essere il posto più bello su tutta la costa del Golfo.

Lasciataci finalmente alle spalle la Florida, entriamo in Louisiana, la prima vera grande sorpresa del nostro viaggio. Sarà per la varietà di quello che vedi, sarà per l’atmosfera particolare, sarà per il fascino irresistibile della sua città principale, o forse semplicemente perché tutto questo non te l’aspetti a priori, fatto sta che la Louisiana ci è rimasta nel cuore.

New Orleans. New Orleans non si può giudicare o commentare. Provate a immaginarla così:
Siete nel sobborgo di Marigny, passeggiate tra le casette di legno colorate con il patio e le sedie a dondolo traballanti. Un nero vi fa un cenno di saluto dalla soglia di casa mentre una banda di jazzisti suona all’angolo della strada. Un ragazzo sullo skateboard col basso a tracolla passa veloce e butta un paio di dollari nel cesto. Entrate in un locale con musica dal vivo ed ordinate del whiskey. A fianco a voi una donna sui sessanta fuma e infastidisce i clienti. Dopo un po’ entrano tre ragazze vestite in stile anni ’30 ed iniziano a ballare nella folla.

Lasciate Marigny ed a piedi vi dirigete verso Bourbon street. Durante il tragitto notate un uomo fermo all’incrocio, che si guarda con aria spaesata. Sul marciapiede è poggiato il suo trombone. A fine serata lo reincontrerete di nuovo un isolato più avanti, sempre con la stessa aria sognante.
Percorrete Bourbon street tra le luci e la musica che si diffonde ovunque. La gente affacciata ai balconi in ferro battuto delle case spagnole richiama la vostra attenzione per gettarvi delle collane. In cambio vorrà certamente qualcosa da voi. Almeno vedere. In mezzo alla via un uomo sorride con in mano un cartello “Allergic to water. I need alcohol” mentre un predicatore emulo di nostro signore porta una croce enorme con una scritta al neon che vi mette in guardia sui pericoli del gioco d’azzardo:” DON’T GAMBLE!”
Sembra un paragrafo di una nota guida turistica, con la differenza che ormai quei mentecatti sarebbero capaci di scrivere cose del genere anche per Busto Arsizio. Con tutto il rispetto.

New Orleans, o Big Easy come gli piace farsi chiamare, mette in scena ogni giorno il suo spettacolo umano di suoni e colori. Davvero non lasciatevelo sfuggire anche se non siete appassionati di musica. Il biglietto di questo grande spettacolo in fondo costa sempre molto poco.
Di Katrina infine, non c’è nessuna traccia evidente. Meglio cosi.

Anche a Big Easy, cosi come a Miami, abbiamo soggiornato a casa di un’abitante del posto, di cui racconto giusto un aneddoto energetico. Volevamo fare la lavatrice e la padrona di casa ci indica una branda di 3 metri cubi. Bene, diciamo noi su suggerimento della nostra anima ambientalista europea, forse abbiamo troppi pochi panni, non vale la pena.

La tipa ci guarda come se fossimo dei deficienti e ci “assicura” che c’è sufficiente spazio per tutti i nostri panni. Certo che c’è, sono 3 metri cubi, grazie! Non volevamo sprecare energia, a noi sembravano troppo pochi non troppi… Non c’è verso di farglielo entrare in zucca. Com’è andata a finire? Lei ha pensato che fossimo idioti e noi alla fine oltre alla lavatrice abbiamo usato anche l’asciugatrice, altri 3 metri cubi di pure felicità energivora. E fin troppo facile cedere alle tentazioni consumistiche dell’america, ma l’asciugatrice è veramente un sogno.

USA on the Road. Capitoli precedenti:

Viaggiatore da una vita. Ho piantato la tenda sull'aspra brughiera delle Orcadi e sorseggiato mojhito sulla sabbia bianca di Bora Bora. Ho visitato il cuore rovente dell'Islanda ed attraversato gli USA da un oceano all'altro. Ho conosciuto un filosofo cubano di nome Aristoteles, e visto i Sami giocare a calcio alle tre del mattino in un'area di servizio oltre il circolo polare artico. Ho cotto gli spaghetti nel Tiergarten di berlino ed ero a Times Square la notte che Trump ha sconfitto l'america. Mi muovo a piedi in bicicletta, in treno e in automobile: ad ogni viaggio il suo mezzo. Ma meglio se leggero. Sono fermamente convinto che l'Italia sia il paese turisticamente più importante del mondo, se vissuto fuori stagione. Tuttavia amo trascorrere l'estate al fresco nel Grande Nord. Cicloturista enogastronomico dell'era Decathlon, mi considero più un cacciatore di paesaggi che un Trekker vero e proprio. Ho comunque al mio attivo un 4000 e numerose cime minori. Ho viaggiato con tre, cinque, dieci amici, alcuni dei quali scrivono in questo blog. Oggi viaggio con mia moglie che scatta fotografie e traccia la rotta col GPS, ma non rinuncio mai alla sensazione del dito che scorre su una carta geografica. Mio figlio a 6 mesi ha già raggiunto quota 2.400 e calcato alcune delle spiagge più belle del mediterraneo. Sta buono solo in viaggio. Credo che farà grandi cose.

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