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USA on the Road 5 – I “Big Sky” del Texas

Il cielo nel Texas è veramente più grande. Non si capisce subito in realtà. Appena passato il confine con la Louisiana il paesaggio rimane per un po’ invariato, con i grandi alberi che ammantano le basse colline, praticamente fino alla megalopoli texana di Dallas – Forth Worth. L’attraversamento della megalopoli richiede un’oretta, in assenza di traffico. Procediamo senza soste con la pioggia ed i nuvoloni che ci accompagnano fino ad un autogrill dove decidiamo di fermarci a mangiare e fare il pieno.

L’autogrill ha il marchio texano stampato in fronte. La benzina costa meno che altrove, nell’edificio principale ci sono due fast food ed un negozio pieno di cazzate made in China, a poche decine di metri campeggia l’insegna di un ristorante grill-barbecue con le fiamme disegnate intorno. Ha l’aria invitante, mi convinco ben presto che siano in grado di grigliare qualsiasi cosa. Vorrei entrare a vedere ma la mia compagna di viaggio mi riporta all’ordine e mi ricorda che abbiamo ancora molte centinaia di miglia da percorrere ed una bistecca da un kilo potrebbe non rappresentare la scelta ottimale nella nostra situazione.

Mi consolo con il negozio, dove trovo modellini di truk, pick-up ed altre cianfrusaglie che richiamano la mia attenzione. C’è anche la Maserati della Polizia Italiana! Le teste degli alligatori imbalsamate, ce ne sono di tutti i prezzi e dimensioni, campeggiano in posizione dominante vicino alla cassa. Un signore sui 50 anni le sta esaminando accuratamente prima di procedere all’acquisto.

In Italia all’autogrill scegliamo il chianti e la salamella, qui vanno le teste degli alligatori. E’ sufficiente per bollare i Texani come dei buzzurri ignoranti? Forse no, ma se vi dico che a Dallas hanno titolato un’autostrada a George W. Bush? L’impressione è superficiale ma corretta. Il Texas non è popolato da filosofi con profondità di pensiero. Quello che appare, spesso, è quello che è.

Per adeguarmi allo stile del posto, macho con leggere tendenze omofobe, decido di non fare più la pipì nei bagni chiusi. Siamo in Texas e qui gli uomini la fanno nei pisciatoi, c’è da andar fieri, mica da vergognarsi, di quello che hai tra le gambe! Yeahhh!

Ci spingiamo ancora più a nord ed il paesaggio lentamente si apre. La vegetazione si fa più rada e gli alberi lasciano il posto alla prateria. Anche le nuvole si diradano e compare finalmente l’azzurro del cielo. E’ veramente infinito e profondo, capiamo finalmente cosa significa “Big Sky”! Le distanze si dilatano in modo impressionante, procediamo come imbambolati cercando di catturare l’infinità delle pianure con qualche scatto. Impresa ardua, anche il grand’angolo si rivela impotente.

Saliamo impercettibilmente di quota, ma solo l’altimetro del navigatore ce lo rivela, perché il paesaggio resta assolutamente piatto. Le uniche cose degne di nota sono i campi coltivati dalla tipica forma circolare ed i pozzi di petrolio. Questi ultimi rappresentano per noi una novità assoluta e quello che mi colpisce di più sono le dimensioni assai ridotte. Ho sempre creduto che le pompe petrolifere fossero grandi impianti industriali tipo quelli che si vedevano nei filmati di guerra del Kwait, quando Saddam gli dava fuoco. Questi sono molto piccoli, sembrano semplici, economici, spuntano nei giardini di casa della gente. Come se fosse normale piazzare una trivella al posto dei pannelli solari sul tetto. Chissà se chiamano anche qui il rabdomante per trovare l’oro nero come fanno in abbruzzo per l’acqua, o se hanno qualche sistema più sofisticato.

I continui confronti che mi saltano in mente tra ciò che vedo qui e la realtà italiana sono dettati dal fatto che abbiamo la sensazione di trovarci nell’america più vera. L’america perduta degli spazi infiniti, della gente di campagna e dei ragionamenti semplici. Siamo molto lontani dalla silicon valley e dai cocktails di Miami. A testimonianza dell’originalità di questo territorio, ci rendiamo conto che da giorni non vediamo turisti italiani in giro. L’ultimo incontro sarà stato con una famiglia di veneti agli Studios Universal di Orlando. Questo pezzo di america andava quantomeno visto, non dico vissuto perchè non ci starei tre giorni di fila neanche se mi pagassero, ma il valore culturale dell’esperienza è alto.

Al calar del sole arriviamo nella mitica Amarillo, snodo centrale, sia storico che culturale, della route 66.

La cittadina è il classico esempio di come spesso in America riescano a creare attrazioni turistiche fondate sul nulla. La città di per se è assolutamente inconsistente e priva di attrattive mentre i dintorni non offrono alcun tipo di richiamo a livello naturalistico. Ciò che spinge i viaggiatori in questo sperduto avamposto Texano è la curiosità legata alla celebre Route 66, universalmente riconosciuta come “la strada” americana per eccellenza. La route collega Chicago con Los Angeles ed osservando il percorso con attenzione sulla mappa si nota come nella prima metà della sua estensione l’itinerario non offra granchè da fare e da vedere. Sono circa mille miglia da Chicago ad Amarillo, caratterizzate da un paesaggio piatto e monotono. Non dubito che offra una finestra diretta e privilegiata sull’america più vera, in modo simile a quello che abbiamo avuto modo di sperimentare noi attraversando il Texas. E’ però abbastanza chiaro che per chi viaggia sulla Route 66 le meraviglie iniziano a farsi vive da Amarillo in poi, con un percorso che si snoda tra nuovo Messico ed Arizona, attraversando cittadine interessanti come Santa Fe ed arrivando a lambire il South Rim del Gran Canyon prima di entrare in California.

La Route ha esercitato anche su di noi un certo fascino durante la pianificazione del viaggio, ma in tutta onestà non vedo come questo famoso itinerario possa competere con un Coast to coast ben progettato. Sia che decidiate come noi di passare per il sud, sia che seguiate altre rotte, magari “tagliando” gli States all’altezza di Boston o di Washington.

Le attrazioni di Amarillo sono due: il Cadillac Ranch ed il Big Texan Steack Ranch.
Iniziamo dal secondo dei due. Il Big Texan è un ampio ristorante ben riconoscibile fin dall’autostrada grazie all’insegna a caratteri cubitali che campeggia su sfondo giallo, tra la bandiera Texana e quella USA. Dal parcheggio occhieggia una mucca pezzata di plastica alta 3 metri. L’annesso negozio di souvenir è la fiera del kitch con un’ampia offerta di prodotti che spaziano dalle pozioni post sbornia brandizzate “Una notte da Leoni” alle pallottole dei fucili. L’interno del ristorante è in stile western, coi tavoli di legno, le cameriere vestite da cow girl ed i ragazzi nella cucina a vista che piastrano la carne tra le urla ed il fumo. La sala è ampia ed al centro c’è un tavolo da sei posti, illuminato dai riflettori e sovrastato da sei contatori elettronici. Scandiscono il tempo residuo per chi accetta la grande sfida della bistecca da 72 once, circa due kg.

Le regole sono semplici: la bistecca è gratis per chi riesce a finirla, con tutti i contorni, in un’ora. Per chi fallisce arriva lo spietato energumeno con il conto di circa 70 dollari. Tutto sommato sembra un buon affare anche per chi perde. Ovviamente non sono permessi aiutini da parenti e affini, ma in compenso si può impacchettare e portare via la carne avanzata in caso di sconfitta.

I personaggi che si cimentano nell’improba impresa (ne vediamo tre nel corso della nostra cena), hanno un aspetto piuttosto ordinario. Uno si aspetterebbe dei tipi alla Bud Spencer, invece i concorrenti peseranno non più di una settantina di chili. Si siedono tranquilli ed iniziano a mangiare. Scambiano due parole con il pubblico che interagisce e li motteggia in continuazione. Sorridono alle fotografie, ed alla fine, uno dopo l’altro, vengono inesorabilmente sconfitti dalla poderosa bistecca. Noi ci godiamo lo spettacolo mentre ci dividiamo un’ottima fetta di sirloin, alta e di un bel rosso sangue, che di once ne pesa solo ventidue.

La seconda attrazione di Amarillo è il Cadillac Ranch. Si tratta di un campo nel mezzo della prateria dove un coglione ha piantato dieci Cadillac a testa in giù nel terreno. Delle Cadillac, tutte leggermente inclinate con la medesima angolazione, spunta parte dell’abitacolo ed il cofano posteriore. Innumerevoli graffiti si sono sovrapposti nel corso degli anni formando un massicio e colorato strato di vernice sulle automobili. Chiunque può venire qui con una bomboletta spray e lasciare il suo nome a imperituro ricordo del proprio passaggio sulla Route. Un’incredibile folla di turisti si avvicina per ammirare questa sorta di opera d’arte e gironzolare per qualche minuto tra le cadillac. L’accesso è assolutamente gratuito, e ci mancherebbe altro.

La scena è nel complesso abbastanza surreale e ce ne andiamo con la convinzione che il cadillac ranch sia una cazzata mostruosa. Tuttavia non potevamo non venire a vederlo.

Amarillo in fondo è proprio questo: non c’è niente da vedere, ma non puoi non andarci.

USA on the Road – Capitoli precedenti

Viaggiatore da una vita. Ho piantato la tenda sull'aspra brughiera delle Orcadi e sorseggiato mojhito sulla sabbia bianca di Bora Bora. Ho visitato il cuore rovente dell'Islanda ed attraversato gli USA da un oceano all'altro. Ho conosciuto un filosofo cubano di nome Aristoteles, e visto i Sami giocare a calcio alle tre del mattino in un'area di servizio oltre il circolo polare artico. Ho cotto gli spaghetti nel Tiergarten di berlino ed ero a Times Square la notte che Trump ha sconfitto l'america. Mi muovo a piedi in bicicletta, in treno e in automobile: ad ogni viaggio il suo mezzo. Ma meglio se leggero. Sono fermamente convinto che l'Italia sia il paese turisticamente più importante del mondo, se vissuto fuori stagione. Tuttavia amo trascorrere l'estate al fresco nel Grande Nord. Cicloturista enogastronomico dell'era Decathlon, mi considero più un cacciatore di paesaggi che un Trekker vero e proprio. Ho comunque al mio attivo un 4000 e numerose cime minori. Ho viaggiato con tre, cinque, dieci amici, alcuni dei quali scrivono in questo blog. Oggi viaggio con mia moglie che scatta fotografie e traccia la rotta col GPS, ma non rinuncio mai alla sensazione del dito che scorre su una carta geografica. Mio figlio a 6 mesi ha già raggiunto quota 2.400 e calcato alcune delle spiagge più belle del mediterraneo. Sta buono solo in viaggio. Credo che farà grandi cose.

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