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Le Pagliare di Tione

Tione degli Abruzzi – nel Parco Regionale Sirente Velino – è già, di per sé, uno tra i tanti paesini lontani dai grandi flussi turistici, di neanche 300 abitanti, nella valle dell’Aterno. Arrivare alle Pagliare di Tione poi è complicato, perché si deve percorrere per quattro chilometri in automobile una stretta stradina in salita che arriva a una pendenza del 20%, e che offre, salendo, una vista sempre più ampia, quando si apre la vegetazione, sulla catena del Gran Sasso.

Abbiamo scoperto questo posto per passaparola: amici di amici ci hanno parlato di una piccola associazione che negli ultimi anni sta provando a recuperare il borgo abbandonato e offre ristoro (su prenotazione) per chi si avventura nella zona, anche a piedi. Il borgo infatti è sul tracciato della traversata tra lo chalet del Sirente e la zona di Rocca di Mezzo, collegata poi coi Piani di Pezza e poi Campo Felice; una traversata, ci dicono, fattibile anche in mountain bike (ma con scarsa acqua sul percorso).

Arrivati a Tione degli Abruzzi in automobile (uscita L’Aquila ovest sulla A24) si sale per una ripida rampa che passa accanto alla deliziosa torre medievale, e comincia poco dopo la stretta strada (asfaltata – con un breve tratto sterrato nella parte finale) che velocemente porta in quota, a circa 1100 m s.l.m.

Poco dopo una piccola icona religiosa si apre la vallata verso la parete rocciosa del Sirente. Il borgo, su uno sperone roccioso, è composto da un gruppo di piccole e medie case medievali, alcune in rovina, altre perfettamente conservate o restaurate da poco. Si tratta delle Pagliare: case di pastori su due piani, normalmente composte soltanto da due locali sovrapposti, che ospitavano al primo piano l’abitazione e al piano terra fienili e stalle, con una grande quantità di porte per poter accedere ai locali dall’esterno. Le costruzioni di pietra, povere e molto semplici, richiamano i masi trentini, e sono normalmente quadrate o rettangolari. Ci sono anche una piccola chiesa consacrata (e utilizzata all’incirca una volta l’anno) e un grande pozzo cilindrico per la raccolta dell’acqua piovana, di cui attualmente non si conosce la profondità. Non ci sono, tranne un piccolo tratto di ciottoli, strade che collegano una casa all’altra, ma soltanto sentieri e prati.

Il borgo rurale nasceva grazie alla transumanza verticale dei pastori della valle sottostante, che per diversi mesi l’anno portavano gli animali al pascolo in quota, e sfruttavano i boschi per la legna.

Siamo accolti da Fabio e Jessica, che rappresentano l’associazione Il melo di nonno Dario, e che hanno iniziato il lavoro di recupero della vocazione turistica del posto ponendo molta attenzione a non snaturare la bellezza del borgo incontaminato. Ci fanno fare una passeggiata tra le case raccontandoci approfonditamente la storia del borgo e i progetti per il futuro. La loro esperienza nasce dal recupero della casa del nonno Dario (tra l’altro posizionata strategicamente verso sud e con un delizioso terrazzamento erboso davanti), che potava il melo (ancora in piedi) in giacca e cravatta. Utilizzando materiali di recupero e mobili riciclati, Fabio e Jessica (che hanno anche organizzato il loro matrimonio qui) hanno recuperato la pagliara e offrono un servizio di ristoro anche con alcuni posti letto. In tutto il borgo non arrivano le utenze: non c’è elettricità, non c’è gas, e dopo il terremoto del 2009 si è interrotta anche la fornitura d’acqua. Ma c’è tanta legna per il fuoco e per la stufa, e con un po’ di organizzazione l’acqua viene portata, tanica per tanica, nel serbatoio da duecento litri a disposizione.

Così ci viene offerto un pranzo abbondante e delizioso composto da diverse portate di prodotti a km0: salumi, ricotta, formaggi, marmellate, salse di verdura, ogni cosa è prodotta da un pastore o un agricoltore della zona. Assaggiamo anche due zuppe e un ottimo vino, che Fabio da (quasi) sommelier ci sa consigliare con gusto. Apprezziamo molto anche la cura per i bambini, a cui viene proposto un menu apposito, e un piccolo tavolino con panche e cuscini per mangiare in autonomia.

Vorremmo rimanere qui, al sole, sulle panche e sull’amaca per tutto il pomeriggio, ma decidiamo di fare una passeggiata verso la piccola chiesa della Trinità lontana circa un chilometro, a cui si arriva con una strada bianca che costeggia la vallata che in questo periodo di foliage è abitata ancora da mucche e coloratissima nelle sfumature dell’autunno.

Torneremo ancora: i ragazzi dell’associazione organizzano, soprattutto durante i mesi caldi, degustazioni, passeggiate e manifestazioni per grandi e piccini, ottime scuse per immergersi in questo angolo incontaminato dell’Appennino abruzzese.

Per info: https://www.facebook.com/ilmelodinonnodario/

Viaggio meno di quanto vorrei. Cerco animali e paesaggi mozzafiato. Creo colonne sonore e guido volentieri.

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