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Argentina: Verso Nord

Nella mia stanza, appesa al muro, ho una mappa del mondo stampata su un panno blu. Con delle puntine rosse ho segnato su di essa tutti i luoghi che ho visitato nel corso degli anni.

Lo scorso febbraio, in una giornata come un’altra, il mio coinquilino è entrato in camera per domandarmi qualcosa; ci siamo intrattenuti in qualche chiacchiera finché non ho notato il suo sguardo imbambolato rivolto alla cartina geografica. Seguiva con gli occhi i tragitti e le mete che avevo percorso.

“Sai Dani, dovresti andare in Sud America” mi disse notando che quella parte della mappa era oscenamente priva di puntine.

A volte la curiosità per la prossima destinazione nasce dal più essenziale degli stimoli.

Il 25 Novembre 2016 atterrai a Buenos Aires. Baires, come la chiamano loro, non è solo la capitale: è piuttosto una vasta area del nord est dell’Argentina, la più popolosa, con circa quindici milioni di abitanti. La Capital Federal è il cuore di questa regione che ricorda a tratti Madrid, a tratti una specie di Miami sudamericana, nella zona di Puerto Madero, ricco quartiere che sorge di fianco all’oceanico fiume La Plata. Un po’ ovunque, tra la famigerata Boca e Palermo, la plaza de Mayo e plaza Dorrego, cuore del tango turistico di Baires, lo stile coloniale spunta sulle facciate degli edifici, con quegli ingressi e portoni alti e stretti.

Ritratto di Evita Peron, Centro di Baires

Il mio passaggio per Baires, come per tutte le grandi città in cui approdo quando viaggio, fu più che altro una tappa obbligata, anche per ricongiungermi ai miei due compagni di viaggio, Marco e Maura. Marco era stato collega d’università. Lo avevo ritrovato, dopo molti anni, grazie ad amici comuni che vivevano a Parigi.

Spesevi meno di quarantotto ore, abbandonammo Buenos Aires, salendo su un bus notturno straordinariamente comodo alla volta della regione di Corrientes, mille km a nord. Sono numerose e molto funzionali le compagnie e le linee di Pullman che uniscono tutto il Sudamerica, tanto che oggi sono forse uno dei mezzi preferiti per spostarsi sia dai turisti che dai locali.

(visita il sito https://www.omnilineas.com/ se sei interessato).

Viaggiando tutta la notte, in dodici ore avremmo raggiunto Resistencia, un villaggio dotato di un piccolo aeroporto dove Marco aveva riservato un’auto a noleggio.

Scesi dal bus in una stazione di servizio affollata di tipi dalle facce poco raccomandabili, infangammo le scarpe nel pantano rosso. Nessuna strada lassù era mai stata asfaltata. Piuttosto ci ritrovavamo avvolti da una fitta vegetazione verde accesa, a due passi dal Paranà, il fiume che divide l’Argentina dal Paraguay.

Un taxi ci accompagnò sino al vicino aeroporto di Resistencia, che di internazionale aveva davvero ben poco; dentro la struttura semideserta, solo due ragazzi delle pulizie sbrigavano le proprie faccende con lentezza. “Non sono programmati voli per oggi. Ne abbiamo solo un paio durante la settimana: uno il mercoledì ed uno la domenica” ci fece a quel punto uno dei due senza tradire i propri ritmi sonnolenti.

Anche al bancone dell’autonoleggio non comparve nessuno per una buona mezzora finché Emilio, il tipo della compagnia, non si palesò entrando dal retro. Mentre io e Marco sbrigavamo le faccende burocratiche, Maura tentava a fatica, e con un po’ di timore, di tenere un ingombrante Dogo argentino lontano dai nostri pranzi al sacco. Dal canto suo, il cagnolone si avvicinava agli zaini annusandoli con uno sguardo pigro e movimenti fiacchi.

Partimmo di buonora verso il villaggio di Mburucuya, famoso per essere la località in cui si celebra il festival di musica Chamame più grande d’Argentina. Mburucuya sorge nel mezzo del parco nazionale dell’Esteros de Ibera, una palude che si espande per centinaia di km quadrati.

Parco Nazionale Mburucuya

Mentre Marco si cimentava alla guida, io tentavo di comprendere come mai il nostro navigatore satellitare ci invitasse ad intraprendere una strada davvero lunga per arrivare a destinazione, dalla mappa infatti risultava esserci una scorciatoia più breve che, senza troppo esitare, invitai il nostro autista ad imboccare.

Nel nord dell’Argentina aveva piovuto per due giorni senza sosta e a causa di quegli improvvisi acquazzoni, la via alternativa per cui stavamo transitando era più fangosa del solito, ma all’apparenza non sembrava ingestibile per la nostra berlina Ford, perciò decidemmo di proseguire.

Il percorso però si fece sempre più impraticabile così finimmo per rimanere impantanati con la ruota anteriore destra, non più in là di un paio di km da quando avevamo imboccato “la scorciatoia”.

Scoppiai a ridere di gusto ripensando alle mie esperienze passate: Islanda, Scozia ed ora Argentina. Con le auto a noleggio non ho mai avuto fortuna.

Dopo qualche tentativo vano di risolvere in autonomia, notai un campesino passare per di lì. Mi avvicinai alla sua portiera e spiegai ad Omar, questo il suo nome, tutta la situazione. Lui, di buon grado, decise di aiutarci chiamando in soccorso anche Armando, un altro campagnolo che viveva poco distante di lì. Misi a dura prova il mio senso della fiducia in quell’occasione: dispersi come eravamo nel nulla, dovevamo sperare di aver incontrato persone per bene, davvero disposte a darci una mano senza secondi fini.

Nell’attesa del suo compare, Omar cominciò a domandarmi cosa ci facessimo lì. Non ne passavano di turisti per quella zona e men che meno italiani. “Sai, è la prima volta in tutta la mia vita che incontro un italiano! Che buffo! Ti andrebbe di lasciarmi il tuo numero? Vorrei restare in contatto!” mi faceva sorridendo stupito di questo inusuale incontro.

Acconsentii.

Quando Armando arrivò con il suo pick up sgangherato, tirando giù un paio di vanghe dal retro del furgone, ci mettemmo a scavare tutto attorno alla ruota inceppata. I due campesinos chiacchieravano tra loro in guaranì, lingua indigena del cuore del Sudamerica, cercando di trovare una soluzione al nostro problema. Ascoltavo i buffi suoni acuti del loro idioma continuando a scavare e finalmente, dopo un paio di tentativi, riuscimmo a tirare la povera Ford fuori dal pantano.

Esultammo come una squadra di calcio alla vittoria di una finale di coppa del mondo; l’esaltazione fu talmente tanta che Armando ed Omar mi invitarono a visitare la piccola favela in cui abitavano, così saltai a bordo del pick up sul retro e andai a conoscere la famiglia di quest’ultimo.

Dopo averli ringraziati ed avergli lasciato qualche peso per il disturbo, condivisi il mio numero di cellulare con Omar, come avevo promesso.

Ancora oggi, capita che qualche volta mi scriva dal cuore di quella palude che è l’Esteros de Ibera. Ricevo sempre il suo medesimo messaggio: “Hola Daniel! Soy Omar![1]”.

Io ogni volta gli rispondo con entusiasmo, felice di risentirlo, ma lui non dà seguito alle nostre conversazioni. Temo che il motivo sia che può scrivermi solo quando si avvicina a qualche centro abitato, perché laggiù, nella sua favela, i telefoni cellulari non prendono neanche una tacca.

Accettato il fatto che per arrivare a Mburucuya sarebbero state necessarie ancora un paio d’ore, ritornammo sulla superstrada. La Ford non ha mai superato i cento all’ora da quel giorno in poi. Raggiunta quella velocità, la carena cominciava a vibrare tutta in modo preoccupante.

Morale della favola? Date sempre e comunque retta al navigatore satellitare e se pensate che tutta questa tecnologia ci stia rovinando, fate un passo indietro per una volta: ci hanno messo migliaia di anni, ma alla fine qualcuno ha inventato il GPS per renderci la vita un po’ più facile.

Una volta giunti a Mburucuya, l’esperienza più bizzarra che ci capitò fu ascoltare alcuni dei versi di animali selvatici più caratteristici che possa ricordare ancora oggi. Rane ad ultrasuoni, un’infinita varietà di volatili e soprattutto il Carpincho, uno dei roditori più grandi del mondo, sono solo alcuni degli esseri viventi che abitano questa terra. Versi così buffi penso di averli ascoltati solo in Cambogia, dove, tutto attorno ai templi di Angkor, le cicale strillano nella giungla in maniera chiassosa.

La custode del nostro appartamento ci accompagnò fino all’estancia (tipicamente una fattoria) del parco nazionale per farci fare una passeggiata nella foresta al tramonto. Dopo la giornata impegnativa che ci era toccata, ce lo meritavamo. Il cielo era di un rosa vivido, lo osservavamo da dietro le sagome nere delle palme, bevendo yerba mate, la bevanda preferita degli argentini, assieme ad una giovanissima guardia parco che ce ne offrì direttamente dalla sua tazza.

Il giorno seguente lasciammo il villaggio e ricominciammo a salire per la Ruta Nacional 12. Sulla nostra destra la palude dell’Iberà lentamente lasciava spazio alle foreste verdi della provincia di Misiones mentre sulla sinistra, il fiume Paranà e la sponda Paraguayana sfrecciavano al nostro fianco.

Visitammo le antiche missioni gesuitiche di Loreto e, in notturna avvolta da splendidi giochi di luce, la più celebre San Ignacio Minì prima di risalire ancora più a nord fino al confine estremo d’Argentina: il Varco Tres Fronteras. È il punto in cui Paraguay, Brasile ed Argentina si incrociano, dove il fiume Iguazu bacia il Paranà e dove sorgono le cascate di Iguazù, le più imponenti di tutto il continente.

Questi muri d’acqua che precipitano rovinose in quel lembo di terra che divide Argentina e Brasile, producono un rumore sordo, un eterno rombo di tuono.

La foresta del parco di Iguazu è visitabile tanto dal lato argentino quanto da quello brasiliano ed entrambe le gite valgono indubbiamente la pena. Gli argentini però, a ragion veduta, si fanno beffa dei brasiliani sostenendo che Dio o la fortuna, hanno voluto che le cascate fossero proprio sul lato del Brasile. In altre parole, cascando dal lato brasiliano verso quello argentino, la mastodontica Garganta del Diablo o il rabbioso Salto San Miguel, appaiono più maestosi agli occhi di uno spettatore dalla sponda argentina.

Cascate di Iguazu

Questa destinazione maestosa, che meritò un giorno e mezzo di visita, fu la meta conclusiva di quel primo frammento d’Argentina. Salutai Marco e Maura, pronti a far le valigie per tornare nella loro città, Parigi. Io ero invece in procinto di proseguire, in un certo senso iniziare un nuovo viaggio, per la prima volta in vita mia da solo, verso sud, attraverso Patagonia e Terra del Fuoco, spostandomi dai quaranta gradi di Foz do Iguazu ai dieci di Ushuaia.

Non è mai stato tanto difficile preparare una valigia come quella volta in Argentina.

Percorso della Prima Parte di Viaggio


[1] “Ciao Daniele! Sono Omar!”

Una volta compiuti otto anni, capitarono due cose che mi avrebbero cambiato la vita: la prima fu che mia madre mi mise su un aereo per il Canada e la seconda che mio padre mi piazzò un mappamondo in stanza. Ancora oggi quando capito in casa dei miei genitori, avvicino il mio sguardo appassionato alla superficie di quel vecchio soprammobile impolverato e ne percorro le strade, i fiumi e i confini degli stati; passando dal Nord Europa allo sconosciuto Medioriente, dalle sperdute isolette Sandwich nei pressi dell’Antartide fino al Corno D’Africa che si è scollato a causa del tempo dal globo di plastica e resiste appeso per il confine labile tra Somalia ed Etiopia. Ogni volta premo su quel lembo adesivo colorato nella speranza che si rincolli, ma lui mi dà soddisfazione solo per qualche secondo, poi si stacca e ricomincia a pendere nel vuoto cosmico.

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