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Cuba, la terra del rattoppo (vol. 1)

I giorni a Punta Chivato sono indimenticabili, ma la quiete assoluta ha un punto limite oltre il quale sento il bisogno di ripartire. Accendo il motore della Dodge Durango. Adios, Punta Chivato. Ormai me lo chiedo ogni volta che sto bene in un posto: vivrei qui?

No.

Ma è stupendo esserci stato.

cit, Pino Cacucci, da “Le Balene Lo Sanno”

I viaggiatori che leggono pagine di guide sventolanti al vento del finestrino aperto, i capelli in disordine, le magliette stropicciate, le cuffiette nelle orecchie e la scelta attenta della musica da viaggio, i ragazzi e le ragazze che si corteggiano nelle vivaci sale da ballo serali, a cui si accede con poco più di un euro, e sul lungo Malecon, le donne caucasiche di mezza età che si fanno trascinare in un ballo sensuale da qualche tizio di colore di almeno dieci anni più giovane.

A Cuba non trovai molto spazio per la cura di sé. L’isola quasi ti costringe a metterti in infradito e non mi riferisco alla condizione climatica, mi riferisco alla leggerezza con cui si vive la vita.

L’Havana, una capitale dove i palazzi crollano su sé stessi, una città che sembrerebbe essere stata bombardata di gran lunga più duramente di un’odierna Sarajevo, è il posto perfetto per mio padre: non c’è niente di nuovo. Ogni cosa è rattoppata, aggiustata come si può. La gente si arrangia con quello che ha e manca di qualsiasi senso dell’estetica. A mio padre piace aggiustare ogni oggetto che ha, piace accatastare pile di robaccia vecchia in soffitta, perché tutto potrebbe tornare utile domani. In questo senso mio padre ha uno spirito cubano.

Le strade di notte fanno un po’ paura, con questi ragazzoni che attraversano le strade o se ne stanno seduti su vecchie sedie di paglia ai bordi del marciapiede. Tutto sembra disegnato apposta per intimorirti, ogni faccia potrebbe essere quella di un malintenzionato; e invece nessuno ti minaccia. C’è anzi una voglia interminabile di volersi bene.

Ricordo con piacere la camminata che mi sono fatto a Trinidad, la sera prima di cena. I miei compagni di viaggio, i cari amici Giulia e Francesco, Stefania e Roberto, un tipo che conoscemmo in Lapponia qualche mese prima, erano rimasti in stanza ed avevo deciso di andare a fare una passeggiata in solitaria. Mi infilai in una stradina buia e desolata quando in pochi metri mi resi conto di non essere affatto solo: un grappolo di persone del luogo mi ronzava intorno nell’oscurità. Un pizzico di panico mi avvolse e mi spinse ad accelerare un po’ il passo, fino a che non mi resi conto che, in realtà, gli abitanti di quell’angolo di Cuba non avevano nessuna cattiva intenzione: provavano molto più banalmente a montare dei festoni arrabattati sui pali spenti della luce per una festa cittadina.

Attraversando quel fangoso sentiero sarei arrivato ad una chiesa abbandonata il cui soffitto deve essere crollato molti anni fa. Uno di quei luoghi che sulle guide non si trovano; un piccolo premio per non essere stato fifone fino in fondo? Chissà…

Certo, sarebbe ipocrita non riconoscere che anche qui, come mi capitò a volte in Africa, si annusa l’effetto spiacevole della povertà. Nelle località turistiche dei paesi del terzo mondo, dove la gente vive semplicemente e con poco, attaccarsi alla radice di tutti i mali, il denaro, è inevitabile.

Viaggiando su quella che difficilmente potresti definire un’autostrada che corre da Vinales, passa per l’Havana ed arriva fino ad est dell’isola, cominci ad assaporare il senso dell’entroterra dei Caraibi. Vegetazione e spazi aperti. Mille palme.

Che senso di libertà e serenità mi danno le palme.

Da piccolo mio padre mi appese un poster dell’orizzonte oceanico delle Madive, nascosto da una fila di palme al tramonto, accanto al letto. Credo che osservarlo ogni sera prima di addormentarmi abbia avuto un qualche effetto su di me.

Dalla capitale ci saremmo spostati in taxi colectivo diretti a Playa Larga, una sorta di mini favela che si affaccia sulla Baia dei Porci, il punto dove abbiamo superato il confine tra luogo per turisti e luogo per visitatori dispersi. Qui siamo stati gli unici stranieri per quarantotto ore. Da un balcone all’altro della nostra casa particular, il vecchio Luis ci passava i suoi sigari provandoci con la mia compagna di viaggio Stefania, mentre il giovanissimo Juviel, l’unica sera che ci saremmo trattenuti, ci avrebbe portato ad una sgangherata feira di paese con due comici cubani. Io, Francesco, Roberto, Giulia e Stefania, avremmo finito bottiglie di rum e bevuto cervezas direttamente dalla cucina di casa di una signora del luogo. Ci saremmo ritrovati ubriachi a rincorrere granchi grossi come una mano sulla playa, alla luce delle sole stelle e della via lattea con Rob che raccoglieva con l’aiuto delle sue infradito questi giganti dalla superficie della sabbia. Quando siamo andati via il piccolo Juviel ci voleva trattenere. “El coche esta roto!” ci ripeteva ridendo per non farci andare. A dirla tutta nemmeno io me ne sarei andato così in fretta.

Guidando ancora verso oriente, sul sedile posteriore della macchina di Javier ho pensato alle automobili nelle loro diverse condizioni in giro per il mondo: dai suv americani, alle berline scozzesi alle Cadillac cubane.

Nel decalogo delle cose che il viaggio mi ha insegnato c’è che trovo bello pensare vi siano tanti posti rimasti decenni indietro e altri arrivati dove forse non avrei mai neanche immaginato.

Mi fa sempre sorridere dentro ripensare a quel turista francese che nel taxi collettivo, fotografava inebetito con il suo super aggiornato smartphone la plancia di quella vecchia cadillac restaurata con i pezzi di qualche Mercedes anni 90. Il nostro autista lo osservava sghignazzando con la coda dell’occhio, attento a non farsi notare.

In quella scena la mia testolina ha immortalato il conflitto curioso di chi si studia a vicenda, visitatore ed ospitante; è una delle mille essenze del viaggio.

È capitato tante volte anche a me, persino tra i dispersi cayos cubani: rilassandomi sul lungo bagnasciuga di Cayo Guillermo, steso sotto uno strato di acqua cristallina non più profonda di dieci centimetri, mi avvicinò un bimbo dalla pelle scurisima. Giocava con un aquilone mentre faceva il bagno in maglietta e pantaloncini. Strana moda quella dei cubani di fare il bagno mezzi vestiti. Il piccolo Carlito di Ciego de Avila mi ronzava intorno incuriosito, sin troppo conscio che il colore pallido della mia pelle non poteva che provenire da molto lontano. Dopo qualche minuto di esitazione, in cui io con la coda dell’occhio lo studiavo e lui alternava momenti in cui scrutarmi ad altri in cui far volare il suo aquilone, mi ha domandato di dove fossi.

Gli risposi che il nome del mio paese iniziava per I.

– Inglatera?- mi chiese allora.

– No! Italia!-

– Ah! El pais de la torre de pizza!-

Ci misi un pochino a comprendere che non si riferiva al cibo tipico, ma alla torre pendente e solo dopo aver sciolto quella incomprensione nel mio spagnolo sgangherato, potei scoppiare in una risata fragorosa.

Parlare qualche minuto in acqua con quel piccoletto mi ha restituito fiducia nell’umanità, quella che ogni tanto, in luoghi come Trinidad, dove le persone ormai pensano solo al denaro dei turisti, avevo perso. Ho riscoperto come mille volte nella vita, la genuinità del solo volersi parlare e sapere in fin dei conti solo: tu chi sei?

È l’essere umano al suo stadio più primordiale e naturale tanto che mi ricorda un po’ il comportamento di quei cani che incontratisi per la prima volta, si annusano il viso, o anche un’altra parte del corpo, con un po’ di diffidenza, ma un mare di curiosità. Li guardiamo spesso con tenerezza, con la nostra consapevolezza onnisciente. Ma mettetevi in viaggio: qualcuno o qualcosa comincerà ad osservarvi teneramente e viceversa, come se steste annusando il viso, o qualche altra parte del corpo, del mondo.

Continua…

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