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USA on the Road 7 – I deserti dell’Arizona

C’è un posto in America dove vengono scattate quasi tutte le foto con i tag stile #ontheroad, #USA, #coasttocoast e via dicendo: la Monument Valley.

Al confine tra Utah e Arizona, si estende una relativamente piccola porzione di deserto dove l’erosione dell’acqua e del vento ha scolpito nella roccia le ben note forme delle “caffettiere”, da più di cinquant’anni sfondo imprescindibile per ogni western che si rispetti (eccezion fatta per Trinità che è girato a Camposecco, sopra Carsoli).

Per noi è un passaggio obbligato sulla rotta che ci conduce ad ovest. Qui si inizia a sentire il profumo del west mentre Mesa, Butte e quant’altro la fantasia della natura ha creato, circondano l’orizzonte.
Forti del luogo comune sulla proverbiale aridità delle zone desertiche ci siamo permessi di prenotare un campeggio e di arrivare nel tardo pomeriggio. Ovviamente ci accoglie la pioggia. Buon per loro, penso, male per noi. Il nostro barbecue salta ed al suo posto ci accontentiamo di un ristorante locale dove assaggiamo il famigerato Taco Navajo. Il piatto, un’evidente concentrato di colesterolo, si compone ingredienti quali chili, carne di scarsa qualità, insalata, pomodori e quant’altro stratificati su una base di pane fritto. E’ una vera porcheria. Mi domando se davvero sia un piatto indiano o se siamo di fronte all’ennesima vittima della subcultura alimentare americana. Qualunque cosa fosse il Taco Navajo all’origine, oggi è solo una brutta copia di sè stesso appena uscita da un fast food.

La mattina seguente ci alziamo all’alba per percorrere la Scenic Route all’interno del Parco gestito dai Navajo. Versiamo una ragionevole tassa d’ingresso e ci avventuriamo con la nostra auto sulla sterrata che si snoda tra formazioni rocciose, dune di sabbia e qualche scarno arbusto.

Il tracciato è scenografico e pieno di punti panoramici, si percorre anche un tratto sul fondo di un piccolo canyon. Il terreno umido per la recente pioggia ci risparmia quintali di polvere, compensandoci pienamente per il mancato barbecue della sera prima. Attenti alla coppa dell’olio però, la strada è proprio brutta! Il percorso è affrontabile con qualsiasi auto, facendo attenzione nel tratto iniziale. Se invece non ve la sentite di rischiare, date qualche soldo ai navajo e vi porteranno con la jeep, facendovi però conoscere molto da vicino la polvere del deserto.

Tralasciando le considerazioni storico politiche e quelle di stampo culinario, vanno comunque spese due parole, a onor del vero, in favore dei Navajo. Sebbene non incarnino lo stereotipo del popolo fiero e bellicoso alla ricerca di rivincita sociale, non possono neanche essere inquadrati come i Terroni del nord america. Sono tendenzialmente carini con i turisti, spesso di poche parole, sempre dignitosi. In teoria hanno bancarelle ovunque, ma in pratica non vengono mai a romperti le palle.

Viva i Navajo quindi.

Un’altra caratteristica peculiare di questo popolo è che usano poco internet, per lo meno a fini turistici. Nei dintorni della Monumet Valley vediamo una manciata di lodge e camping che potrebbero tranquillamente vantare sul mercato “la vista più spettacolare del mondo”, ma non si pubblicizzano adeguatamente on line e potrebbero quindi facilmente sfuggirvi. Morale: non prenotate. O magari un’occhiata datela, le cose col tempo cambiano e anche loro prima o poi si adegueranno.

Foto di C. Vitali

Il nostro viaggio prosegue in Arizona, alla volta di Page, ridente località adagiata sulle rive del Lago Powell. Le foreste che ammantavano gli altopiani del Colorado sono ormai un lontano ricordo, il terreno si fa piatto e intorno a noi si estendono centinaia di miglia di deserto. Terra rossa, gialla e tanta solitudine in tutte le direzioni.
Poi incontriamo il traffico.
Una fila di automobili bloccate. Ci sarà un semaforo nel deserto? In realtà dopo una ventina di minuti scopriamo che si tratta di lavori sulla carreggiata, un semplice senso unico alternato. Ma l’impatto è forte perchè il traffico nel deserto non te lo aspetti. Con la densità abitativa dell’Arizona pensi che per arrivare a creare un ingorgo gli americani debbano davvero guidare due macchine a testa, e contemporaneamente. Arriveranno anche a questo prima o poi.

A Page ci aspetta una bella avventura: abbiamo prenotato due Kayak super professionali dotati di scompartimenti stagni portabagagli al fine di esplorare il lago e passare la notte in tenda in qualche approdo sperduto.

Stavolta il tempo ci assiste davvero, la temperatura è perfetta per campeggiare e in cielo non c’è una nuvola. Carichiamo i kayak sul tetto dell’auto col solo ausilio di corde, spessori morbidi e di un poco volenteroso ragazzo del luogo che in un inglese incomprensibile ci invita a pulire bene gli scafi prima di poggiarli sull’auto in quanto la vernice della carrozzeria non reagisce molto bene se grattata con la sabbia.

Superato l’ostacolo logistico ci imbarchiamo e trascorriamo magiche ore ad esplorare le rive del lago Powell. Anche qui il contesto naturale è caratterizzato da rocce e canyon, alternate a spiaggette microscopiche e lagune nascoste. L’esplorazione è un gioco da ragazzi. Le canoe filano che è una bellezza e in un’ora siamo sulla sponda opposta del lago e abbiamo tempo di fare qualche pagaiata in tutta tranquillità ed un bagno rinfrescante prima di piantare la tenda.

Tramonto sul lago Powell – Foto di C. Vitali

La notte lo spettacolo delle stelle è impagabile e la cacca si fa scavando una piccola buca nel terreno, anche se al noleggio ci hanno obbligati ad acquistare una sorta di busta-cesso portatile. Decidiamo di ignorare la busta-cesso e la facciamo franca a mani basse.

Nel complesso l’esperienza al Lago Powell è stata entusiasmante. Mi viene da pensare che in Italia questa cosa di fatto non si può fare anche se i posti adatti non mancano.

Anche un lago del Turano o un lago del Salto potrebbero essere sfruttati in tal senso, sebbene abbiano acque un po’ più torbide del Powell. Pensate che figata, gli americani col cappello da ranger che piantano le tende tra le pecore sotto Castel di Tora!


USA on the Road, Capitoli Precedenti:

Viaggiatore da una vita. Ho piantato la tenda sull'aspra brughiera delle Orcadi e sorseggiato mojhito sulla sabbia bianca di Bora Bora. Ho visitato il cuore rovente dell'Islanda ed attraversato gli USA da un oceano all'altro. Ho conosciuto un filosofo cubano di nome Aristoteles, e visto i Sami giocare a calcio alle tre del mattino in un'area di servizio oltre il circolo polare artico. Ho cotto gli spaghetti nel Tiergarten di berlino ed ero a Times Square la notte che Trump ha sconfitto l'america. Mi muovo a piedi in bicicletta, in treno e in automobile: ad ogni viaggio il suo mezzo. Ma meglio se leggero. Sono fermamente convinto che l'Italia sia il paese turisticamente più importante del mondo, se vissuto fuori stagione. Tuttavia amo trascorrere l'estate al fresco nel Grande Nord. Cicloturista enogastronomico dell'era Decathlon, mi considero più un cacciatore di paesaggi che un Trekker vero e proprio. Ho comunque al mio attivo un 4000 e numerose cime minori. Ho viaggiato con tre, cinque, dieci amici, alcuni dei quali scrivono in questo blog. Oggi viaggio con mia moglie che scatta fotografie e traccia la rotta col GPS, ma non rinuncio mai alla sensazione del dito che scorre su una carta geografica. Mio figlio a 6 mesi ha già raggiunto quota 2.400 e calcato alcune delle spiagge più belle del mediterraneo. Sta buono solo in viaggio. Credo che farà grandi cose.

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